La Storia e il problema dell’altro: schiavitù, sodomia, universo femminile

Categorizzare significa dare forma, confinare, relegare, trattenere. Tracciare dei limiti, racchiudere l’alterità in recipienti ideologici spesso privi di reale sostanzialità, per imbrigliare il dinamismo dell’<<altro>>, per allentare il suo potenziale distruttivo. Lo sapevano bene i Romani, lontani dalla neutralità della narrazione storiografica erodotea, con la loro mania classificatoria necessaria per distinguere e per esistere. Nessuna categoria fluida: l’<<altro>> che preme sulle frontiere esiste e non è Roma. L’appartenenza dei Romani al proprio popolo è interna, soggettiva, contingente: la differenza prospettica spinge a proiettare all’esterno caratteristiche di omogeneità e antistoricità. Una trappola in cui cadde anche Tacito: i barbari sono tali perché recano la macchia del pregiudizio verso tutto ciò che non è romano. Solo un esempio emblematico di decine e decine di categorie inesistenti, inventate, gettate sull’altro, con tutto il loro carico sprezzante di preconcetti sedimentati nel corso di secoli di storia.

La schiavitù: Roma, Antica Grecia, Nuovo Mondo

Roma sente di essere l’unica ad avere un passato. La sua è un’identità politica generata dall’interno: il popolo romano ha natura costituzionale, legittimo figlio di un processo storico che si realizza magnificamente nella lex repubblicana, misura e principio che sancisce ed individua sfere di interesse e di vantaggio per tutti: lo ius piegato all’utilitas.
Eppure quel “tutti” non ammette la sfera concentrica degli esclusi: l’hostis -il nemico- e lo schiavo.
Roma non si sottrae alle categorizzazioni del mondo antico che provengono già dall’antica Grecia. Lo schiavo è il <<nemico in potenza>>, l’irriducibile <<doppio>>: la bestia feroce che ha paura, ma che allo stesso tempo intimorisce il suo domatore. È il caso emblematico della rivolta di Spartaco, lo schiavo che osò sfidare la potenza di Roma nella terza guerra servile (73 – 71 a.C.).

L’istituto della schiavitù, la dicotomia dominare-soccombere regge il paradosso dell’Atene <<faro del mondo>>: la polis dell’uguaglianza, della democrazia, della parresía (libertà di parola) e dell’isegoría (l’eguale possibilità di prendere parola nelle pubbliche assemblee) che produce la forma più dura di discriminazione, la douleia, una schiavitù che diventa una forma economica nel modello attico-ateniese, impostato sul concetto di schiavo-merce, individuo sradicato dalla propria terra, venduto e comprato.
La democrazia richiede un massiccio ricorso alla manodopera schiavile per liberare dalle incombenze della casa il cittadino della polis, e permettergli di investire il suo prezioso tempo in un’assidua presenza nella vita politica della sua città. E non mancano, anche tra i più fieri avversari della forma democratica, i teorici della schiavitù: primo fra tutti Aristotele. <<Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo>> (Politica, I).
Per i sofisti è naturale che qualcuno domini e qualcun altro sia dominato. È l’illusione dell’uguaglianza morale-razionale ad essere sbagliata. È un diritto naturale che il più forte predomini: per Trasimaco <<la giustizia è l’utile del più forte>> (La Repubblica, Platone): una morale dal kratos, per cui la forza non è inglobata in nessun ordine, piuttosto è di questo la più genuina generatrice. La forza non può essere condotta ad una norma, ma questa si dispiega nell’effettiva contingenza di un prevalere.
L’assunto aristotelico dello <<schiavo per natura>> verrà riproposto nel tempo per giustificare simili barbarie.

Con le prime scoperte geografiche tra XIV e XV secolo l’Europa sprofonda in una profonda crisi identitaria: se, in un primo tempo, la vita nel Nuovo Mondo (<<le Indie>>) fu letta dai colonizzatori secondo le vecchie categorie eurocentriche (determinando pertanto un’interpretazione parziale dei fatti), la successiva narrativa di viaggio modificò la percezione dei comportamenti degli indios in Europa. I conquistadores sbarcarono nelle Americhe ancora con il retaggio dello spirito della Reconquista, fenomeno sociale che consolidò il cristianesimo nella lotta contro <<l’infedele>>. Il contatto con un mondo dapprima sconosciuto viene trasfigurato nelle narrazioni attraverso descrizioni di usi insoliti (cannibalismo, sodomia, etc.), per rimarcare la distanza europea da simili manifestazioni di mostruosa barbarie.
I selvaggi erano i dementi, gli stupidi, i qualitativamente inferiori, gli immorali, gli indemoniati. Satana sembra essere <<fuggito nelle Indie>>: serve quindi determinare la loro natura, elaborare elementi giuridici validi a giustificare la loro sottomissione.
La Giunta di Valladolid (1550 – 1551) fu un dibattito che oppose essenzialmente il frate domenicano Bartolomé de Las Casas e il teologo Juan Ginés de Sepúlveda, quindi, rispettivamente, il sostenitore di un’evangelizzazione non violenta e il difensore di una guerra giusta contro gli indios.

Sebbene alcune (poche) eccezioni egualitarie, come la bolla Veritas Ipsa di papa Paolo III, il sopracitato Las Casas con la sua Brevisima relación de la destrución de las Indias e la svolta antropologica del filosofo Michel De Montaigne (de facto il suo Dei cannibali rappresentò il primo atteggiamento di relativismo culturale nell’approccio con le Americhe), le posizioni delle due grandi superpotenze coloniali, Spagna e Portogallo, proseguirono all’insegna di sottomissione e sfruttamento. Nonostante i successivi fenomeni di ibridazione culturale e di inserimento in una società sempre più meticcia, le unioni di sangue misto non vennero di fatto legittimate, e numerosi interventi legislativi furono posti per rafforzare le barriere etniche.

Sessualità non conforme: la sodomia

L’impossibilità di limitare effettivamente le interazioni, gettò luce su un altro fenomeno contrario alle <<leggi di natura>>: la sodomia. Il dibattito sul tema della sessualità non conforme degli indios si aggiungeva come corollario di una serie di attributi negativi per giustificare la pratica di sfruttamento, anche violento, in nome di un bene maggiore.
Pietro Martire d’Anghiera, nel suo Decades de Orbe Novo racconta che il militare spagnolo Vasco Nunez de Balboa, arrivato a Panama, avendo trovato il fratello del sovrano circondato da effeminati, fece divorare entrambi dai cani.

Fatto questo, Vasco s’avviò con gli altri verso la casa del detto, dove trovorono assai da mangiare. E viddero il fratello del detto cacique (= capo-villaggio), insieme con molti altri, ch’erano vestiti a modo di femine. […] tutti li suoi cortegiani erano imbrattati di quel nefando vizio contra natura. […] E subito gli (li) fece pigliare, che potevan esser circa quaranta, e legati gli fece stracciare e sbranare da alcuni cani grandi ch’aveva menato seco, e gli adoperava a seguire gl’Indiani quando fuggivano.

Nelle infinite varietà di possibili modi di vita umani, caratterizzati dall’assenza di una regola fissa, possiamo presupporre che esistesse, prima della Conquista, una tradizione di soggetti (anche socialmente accettati e apprezzati) contraddistinti da un’identificazione non binaria: nei riti religiosi, molti sciamani si consideravano capaci di catturare le divinità maschili e di sodomizzarle per appropriarsi del loro potere sacro; i berdaches, ermafroditi che si vestivano da donna e svolgevano funzioni femminili erano estremamente diffusi, sebbene spesso disprezzati e utilizzati alla stregua di bestie da soma per lavori di fatica; i quimbanda, sodomiti passivi venerati e stimati, ma anche sacerdoti vestiti di pelli di animali e teli addetti al sacrificio, alla cui morte il corpo era mutilato e poi venduto sul mercato a caro prezzo come una reliquia sacra.
Il problema delle deviazioni sessuali, del <<contro natura>>, della sessualità non allineata nasce nei primi secoli della cristianità che radicalizzò e stigmatizzò alcune tendenze già in atto nel mondo ellenistico e nell’impero (pratiche caratterizzate da un’alta forma di socialità e di condivisione di affetti). Fino al IX secolo il controllo penale della sodomia era delegato a sistemi di controllo extragiudiziari e non suscitava particolare interesse tra le fila del clero.
Il “contro natura” che avalla le condanne esplicite dell’omosessualità non è citato in alcun passo del Nuovo Testamento, se non in un riferimento privo di alcuna formulazione volutamente discriminatoria, contenuto nella Lettera ai Romani di Paolo di Tarso, in cui <<l’abominevol peccato>> diventa una punizione giusta per le idolatrie pagane.
Il micidiale arsenale penale contro la sodomia nacque dall’incontro del diritto romano con la morale ecclesiastica, quando tra XI e XIV secolo la ridefinizione in senso gerarchico dei rapporti tra chiesa e laici partì dall’istituzione di rigidi precetti morali con cui rimarcare simbolicamente la distanza da un laicato sempre più escluso e un imperatore sempre più desacralizzato.
Pratiche sessuali originariamente prive di alcun preconcetto sprezzante sono state piegate e distorte alla luce di programmi che fanno del rigido binarismo e dello stereotipo dell’ <<altro>> un sostegno per il contenimento di energie esplosive e potenzialmente sovversive di qualunque ordine precostituito.

Le donne

Le regine della casa, dell’oikos, escluse dalla cittadinanza attiva sin dall’antica Grecia. La donna -come noterà la psicanalista Luce Irigay (n. 1930) – è sempre stata al centro del discorso fallogocentrico dell’uomo, che parla di sé attraverso il gentil sesso: i discorsi della filosofia e della psicoanalisi nascondono simboli e linguaggi del dominio maschile. L’uscita dell’uomo dalla caverna platonica rappresenterebbe forse la nascita terrena, la fuoriuscita dell’uomo dall’utero scuro e soffocante della donna; la psicoanalisi fa della donna un’anatomia incompiuta, un <<ometto mancato>> che invidia la genitalità maschile.

Carne debole nata dalla costola di Adamo, è la Mulier, ma anche la <<mollior>>, la <<mollezza>>. Ma se Eva ha gettato infamia su tutta la sua stirpe col suo peccato, un’eccezione alla retorica selettiva medievale è rappresentata da Ildegarda di Bingen (1098 – 1179) . Personalità eclettica (monaca, scrittrice, teologa, mistica), sostenitrice del diritto di esistenza di una coscienza orgogliosamente femminile, intrecciò una relazione affettiva con la discepola Richardis, arrivando a impedire anche fisicamente che questa fosse prelevata per essere trasferita al prestigioso convento di Bassum.
Sovvertendo le logiche dell’episodio della Genesi, da cui la tradizione biblica ha fatto derivare il conseguente vituperio inferto all’immagine della donna, la Bingen accetta la colpa di Eva, paradossalmente salvifica e provvidenziale: <<se Adamo avesse violato il precetto prima di Eva, allora quella trasgressione sarebbe stata tanto più grave e irreparabile [..] la colpa, commessa prima da Eva, si potè cancellare più facilmente, perché lei era più fragile dell’uomo.>> (Cause e cure delle infermità, Hildegard von Bingen, Palermo, Sellerio, 1997)
L’ansia della modernità di garantire spazi liberali di presenza apre alle donne (in Hobbes, Bentham e Mill) la possibilità, almeno teorica, di partecipare al potere costitutivo. L’esclusione di qualsiasi categoria di uomini dalle democrazie rappresentative costituirebbe un ostacolo al miglioramento dell’umanità (Mill); tuttavia, i pregiudizi per una proposta di tale estensione sono ancora <<diffusi e troppo profondi>> (Bentham) e bisogna, almeno per il momento, cedere al realismo della contingenza.
Le esclusioni permangono ancora anche nell’Illuminismo: l’epoca che ispirerà i principi rivoluzionari della <<Liberté, Égalité, Fraternité>> non ammette nel principio dell’uguaglianza (principalmente teorica e formale, presupposto della ragion critica, ammonimento morale) l’anticipazione di un’uguaglianza civile.
Anche l’ambizioso progetto dell’Encyclopédie lascia escluse le donne: nessuna autrice tra le collaboratrici del grande compendio delle conoscenze, opera-pilastro dell’Illuminismo. I tre articoli Femme sono attraversati dal dubbio: può l’asserita inferiorità della donna derivare da un pregiudizio maschile? Ma la considerazione dell’universo femminile rende ancora la donna femelle de l’homme, strumento nato e sviluppato per la gestione della casa e dei pargoli e, soprattutto, per dare piacere all’uomo e soddisfarlo nei suoi appetiti (Rousseau). Persino Kant formulerà il <<diritto personale di specie reale>>: un consento pattizio pubblico e privato nato dall’atto ufficiale del matrimonio tra i coniugi ha stabilito l’uso strumentale-sessuale dei corpi dell’altro e riconosce e accetta la sottomissione legale della moglie al marito.

Le voci di Condorcet, l’<<amico delle donne>> (L’ammissione delle donne al diritto di cittadinanza”, 1790) e di Mary Woolestonecraft saranno quasi inascoltate.
Dall’imbroglio dell’uguaglianza mancata non si salvano neppure gli abolizionisti afroamericani, i primi a dover sodalizzare con chi patisce altresì sulla propria pelle il dolore del marchio degli esclusi, ma difficile è incrociare i destini su un terreno di battaglia politica. Lo stesso Frederick Douglass, che aveva pronunciato un infuocato discorso contro la discriminazione sessista a Seneca Falls, rinuncia a battersi per estendere il diritto di voto anche al mondo femminile quando, in occasione del XV Emendamento Costituzione degli Stati Uniti d’America (1870) questo viene finalmente esteso a tutti gli uomini. La subordinazione e l’emarginazione verranno così raddoppiate per le donne nere: discriminate sulla base del colore e del genere. Un cambiamento da cui avrebbero potuto trarne vantaggio e da cui si riveleranno, ancora una volta, irrimediabilmente travolte.

Nonostante significativi passi evolutivi, la storia palesa i tempi estremamente dilatati con cui le razionalizzazioni vengono portate a termine. Molte non sono ancora state completate. L’estraneo/l’escuso che fa paura è colui di cui l’uomo non si è appropriato, perché ancora non conosciuto e analizzato abbastanza. il problema si coglie, come in tutti gli esempi riportati, in un errore di rilettura. Ricorrere ad una presunta lex naturalis per gestire l’inframezzo del <<terzo>> che si intromette tra l’<<io>> e il <<mondo>> è estremamente più semplice per giustificare le condanne, le manovre abusive, le esclusioni arbitrarie, i distanziamenti sociali. Fondare la propria predicazione autorevole sulla base di una validazione esterna, eterna e increata, perpetuamente attiva e valida, permette di inscrivere la società dentro linee di demarcazione stabilite invece da autorità terrene, caduche, profane, dalla lex humana.

Alexandra Bastari

Bibliografia

  • Uguaglianza – Lessico della politica, R. Caporali, il Mulino, Bologna 2012
  • Sodoma. Persecuzioni, affetti, pratiche sociali (secoli V-XVIII), U. Grassi, Carocci, 2019
  • Il mito delle nazioni, P. J. Geary, Carocci, 2016
  • Storia moderna (1492 – 1848), C. Capra, Mondadori Education, 2016

5 commenti

  1. Complimenti per gli articoli, gli ultimi. Anch’io ho il volume Storia Moderna di Capra, come libro di testo dell’esame (anche nell’articolo precedente è nella bibliografia, mi pare). Sono tentata d’ordinare il testo di R. Caporali, dopo aver letto quest’articolo, sul serio! Scrivi in modo che trasmette sincero entusiasmo agli altri. Brava. Un saluto, un sorriso.

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    • Ciao! Grazie mille, sono contenta che gli articoli ti abbiano incuriosito. La maggior parte della bibliografia che ho utilizzato contiene testi che uso per gli esami universitari (studio Storia a Bologna). Il volume di Caporali è un libricino, ma molto, molto denso (d’altronde lui è un filosofo). Ho dato l’esame con il professore circa due settimane fa. Certamente non un testo che si legge d’un fiato, però se analizzato in ogni sua parte offre molti spunti di riflessione anche inter-disciplinari. Te lo consiglio, è un buon acquisto. Un abbraccio!

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